Cui prodest? Intelligenza politica e affari pubblici

Vicenza – In questi giorni, a Vicenza, possiamo vedere tutti come l’amministrazione comunale, in forma non dissimile da tanti altri enti pubblici italiani, sia scossa dalle ondate di una crisi che sembra avere un’intelligenza a parte. O forse ha un’intelligenza dietro che governa le sue mosse. In ogni caso, attraverso un’attenta considerazione, si può vedere che gli schemi di questa crisi favoriscono costantemente alcuni e continuano a de-favorire gli altri.

Una tale crisi ci fa pensare “cui prodest scelus, is fecit” (il delitto l’ha commesso colui al quale esso giova). A quanto pare gli sforzi per contenere la crisi hanno avuto un parziale successo, e non staremo qui a dissertare sulla questione che sta riempiendo le cronache locali; ma stranamente quella parte di successo cade sempre a vantaggio dell’autorità pro tempore, e costantemente evita gli interessi dei vicentini, e in generale di quel “popolo sovrano” di cui all’art. 1, comma 2, della Costituzione “più bella del mondo” (si fa per dire…).

È una questione di spoils system. Tale meccanismo proviene dagli Stati Uniti, e consiste nell’affidamento di cariche pubbliche a persone indicate dai partiti o dalle coalizioni usciti vittoriosi alle elezioni. E bisogna dire che tutto questo rimanda alla mente l’arcinota espressione di Gino Bartali: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!»

Lo spoils system all’italiana comporta che tutta la dirigenza – quella dell’amministrazione pubblica in senso proprio, e non solo – si precarizza in rapporto non ai risultati ma in ragione diretta della vicenda politica e degli assetti di maggioranza. Un concetto dell’amministrazione che si può solo definire proprietario: cambia il padrone, cambia tutta la servitù. Si mostrano dunque non prive di sostanza le questioni di legittimità. Secondo alcuni, la responsabilità è del centro-sinistra, che ha introdotto il principio dello spoils system e della conseguente «precarizzazione». Secondo altri, la responsabilità è del centro-destra, che avrebbe stravolto – e in ogni caso peggiorato – il sistema.

Quale che sia il giudizio in proposito, un punto merita di essere sottolineato. Abbandonato il modello di una dirigenza di carriera, diventa decisiva la capacità del sistema politico di autolimitarsi quanto ai vertici degli apparati pubblici. Politici propensi alla clientela e all’occupazione del potere troveranno in una dirigenza precaria e preoccupata del mantenimento delle proprie posizioni il più ossequioso gregario. Non è certo questa la via per un’amministrazione moderna. Anche se le ultime e definitive risposte si trovano non solo nelle leggi, ma anche e soprattutto nella qualità del sistema politico e dei soggetti che a esso danno vita.

In questo senso come non osservare che l’amministratore delegato di AIM è stato scelto (ad onta del suo “disinibito” operare professionale) con il preciso scopo di “vendere” le AIM (una società multi-servizi) senza consultare i suoi reali “proprietari”; ovvero quei cittadini vicentini che oltre un secolo fa (ed anche tutt’oggi) se la sono pagata mediate la tassazione.

Tutto trae origine dal desiderio della politica d’avere un sistema di governo stabile, e dalla conseguente legiferazione. E allora ecco che coloro che sono eletti Sindaco diventano i “padroni” della situazione. Se si dimettono tutta l’amministrazione se ne va a casa, ed occorrono nuove elezioni. Spetta sempre a loro nominare Assessori e amministratori nelle aziende o enti partecipati. Insomma, il Sindaco diventa il “dominus negotii” (o proprietario «padrone del negozio») e l’opposizione democratica non solo non conta nulla, ma nemmeno ha il potere d’opporsi. Gli rimane la sola speranza di “agguantare il potere” alla prima occasione, ma non per cambiare il metodo, bensì per esercitare essa stessa quelle prerogative che – stando ad un’impotente opposizione – oggi critica.

Ai cittadini “sovrani” non viene chiesto nulla. La “Casta” ha in uggia la democrazia diretta. L’importante è che essi si rechino ai seggi per legittimare questo stato di cose. Se poi chi hanno eletto in funzione di determinati programmi, e se tale progetto, o agenda, o pianificazione non si realizza, i politicanti se ne lavano le mani affermando che in fondo si trattava solo di promesse elettorali, che l’attualizzazione della questione li ha costretti a questo o a quello; gabellando in tal modo sia i cittadini, che il sistema democratico.

Nel caso della società multi-servizi AIM, si stanno “combattendo” sia i “sinistri” che i “destri”, ma a nessuno passa per la mente di indire un referendum per chiedere ai veri proprietari (i vicentini) cosa ne pensano. In breve sintesi, se la Costituzione andasse letta alla lettera, essa non garantisce alcuna giustificazione a questa forma di schiavismo, anzi essa era stata scritta per la difesa della libertà degli uomini, ma (hai noi!) avrebbe dovuto avere gli strumenti per un suo progressivo aggiornamento.

In realtà questi “liberali” fanno finta di essere “dotati di senso civico”; ma sono conservatori, e devono esserlo, per poter chiamare un paese come l’Italia “democratico” anziché “dittatoriale” e hanno bisogno del mito della “democrazia” per impedire una rivoluzione, che li priverebbe di tutto il loro potere. Nessun politicante vicentino – e in genere italiano – definisce il nostro paese una “dittatura”, anche se lo è, e ognuno di loro lo sa, dato che, collettivamente, qui i dittatori sono loro che la vogliono controllare dall’interno. Persino nell’opposizione liberale sono conservatori, perché, in caso contrario, anche a livello individuale fomenterebbero la rivoluzione e nessuno di loro sta facendo una cosa del genere, contro che cosa poi si rivolterebbero se non contro loro stessi? Possono fingere di essere progressisti, ma solo fingere. Inoltre, tutti gli studi mostrano che gli “uomini qualunque” sono quelli che si interessano di meno alla politica, e questo è uno dei motivi per cui l’Italia è sotto una dittatura. Sono una dittatura dei più “bravi”, una cosa che per migliaia di anni è stata definita “aristocrazia,” ovvero il contrario di “democrazia.”

Quella del primato della politica, da intendersi quale strumento insostituibile per intercettare i bisogni e i desideri della gente, e quella dell’infallibilità delle sue attribuzioni miracolistiche, in ordine alla elaborazione di soluzioni per far fronte a quei bisogni e a quei desideri, sono “superstizioni” fortissimamente radicate nell’immaginario collettivo. I governati, nonostante tutto, continuano a riporre incondizionata fiducia nella efficacia di un approccio psicologico che li porta a credere che tutte le problematiche che punteggiano la nostra esistenza – siano esse di carattere economico, giuridico, sociale – possano essere felicemente risolte solo se si investono dei necessari poteri coloro che sanno e possono: i governanti del ceto politico e burocratico.

Il primato della politica è l’assioma fondamentale su cui la “Casta” si regge: senza di esso la giustificazione degli assurdi privilegi che essa stessa si auto elargisce non si può nemmeno tentare. Se la politica ha il primato – ovvero la supremazia sulla società civile ed economica, e sugli individui – allora i privilegi sarebbero giustificati in quanto costi di produzione del bene pubblico “politica”, ma così non è, e la disaffezione di circa il 50% e oltre degli aventi diritto al voto ne è la prova.

Pertanto, anche la fornitura dei cosiddetti beni pubblici è concepita e percepita come una funzione che deve essere assolta esclusivamente ed inderogabilmente dallo Stato, in forza dell’utilizzo dei mezzi politici. È proprio sulla base di questa logica che, nell’arco dell’ultimo secolo, l’apparato statuale ha potuto consolidarsi ed ingrossarsi a dismisura, dilatando ad infinitum la pervasività della propria sfera di ingerenza. L’acquisto del supporto e del consenso dei cittadini in cambio del perfezionamento dell’illusorio gioco di specchi, inscenato dal ricorso alle dinamiche truffaldine dell’interventismo paternalista, e della trappola redistributiva.

La popolazione è stata ormai blandita, addomesticata e resa dipendente dalla conservazione e dalla continuazione di questo ordine di cose. Dispensando o rifiutando le elargizioni è possibile anche assicurarsi l’obbedienza e la dipendenza, con conseguente aumento di potere (e di arroganza), che si traduce in facoltà di sottrarre risorse dalle tasche di alcuni per trasferirle a quelle di altri, trattenendone una quota enorme alla disponibilità di chi comanda e amministra.

Si tratta di parassitismo abilmente occultato, che induce la stragrande maggioranza dei cittadini a pensare che l’autorità politica sia la depositaria della “sapienza economica”, arbitra e deputata esclusiva alla gestione delle ricchezze da loro prodotte; ma se così fosse avremmo una qualità della vita assai superiore.

Insomma: a chi giova l’ostinata costanza nel pensare e nell’agire a favore della vendita della multi-utility AIM da parte del Sindaco Francesco Rucco? Sicuramente non all’opposizione che impotente schiamazza. Non alla maggioranza che lo sostiene, considerato che è tanto divisa e contraria da costringerlo a rimpasti di Giunta e redistribuzione di deleghe. Non all’economia, considerato che sono tutti da provare i vantaggi nell’associarsi all’omologa veronese piuttosto che ad altri. Non al sistema democratico, considerando che lui è Sindaco per volontà elettorale di un cittadino su quattro: una ben misera “rappresentatività”. Degli strumenti per l’esercizio della democrazia diretta poi, neanche a parlarne! Dunque è lecito rinnovare la domanda: Cui prodest?

Enzo Trentin

vicenzareport.it

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