Demagogia, brogli e la possibile democrazia

Vicenza – Frederic C. Lane in “Storia di Venezia” (© 1978 e 1991 Giulio Einaudi editore, Torino) scrive che, intorno all’anno Mille, lo sviluppo agricolo e, in genere, l’espansione economica nella valle del Po da un lato, e il crescere della potenza navale e dei privilegi commerciali veneziani nell’ambito dell’impero bizantino dall’altro, permisero a molta gente nuova di ascendere tra le file della nobiltà.

Fonte principale di ricchezza era il commercio, o magari la pirateria, ma si faceva fortuna anche investendo in beni immobili intorno a Rialto. Le famiglie ricche che pretendevano di discendere dagli antichi tribuni chiamavano tutti gli altri nobili «famiglie nuove»; ma sia le famiglie veramente antiche, sia quelle d’antichità fittizia o decisamente «nuove» avevano più o meno le stesse fonti di ricchezza. Tutte erano attive nel commercio e nella guerriglia marittima, tutte acquistavano terre ogni volta che potevano, e tutte erano interessate a concorrere per il dogato, e per il possesso di posizioni influenti fra i consiglieri del doge. 

In conformità al filone «ascendente» della teoria di governo, nell’antica Venezia l’autorità suprema spettava in linea di principio all’Assemblea popolare (Concio o Arengo), e ciò era in linea con quella coeva civiltà comunale che nacque a quel tempo appunto nell’Italia centro-settentrionale e si espanse in buona parte dell’Europa d’allora. A Venezia, in queste adunanze collettive della popolazione, avveniva la scelta del doge e l’approvazione delle nuove leggi, ma sembra chiaro che queste operazioni erano dominate dalle famiglie potenti. La descrizione contemporanea di un’antica elezione dogale dà per scontata l’iniziativa dei nobili più influenti, e mette in risalto l’ispirazione divina che era sentita come un elemento capitale del processo di scelta. 

Alla notizia della morte del doge Domenico I Contarini, nel 1071, innumerevoli imbarcazioni cariche di veneziani provenienti da tutto il territorio lagunare si adunarono fra la chiesa del vescovo a Castello e il monastero di San Nicolò al Lido. Fra chiesa e abbazia si levarono fervide preghiere perché Dio desse ai veneziani un doge e pace, nonché bene accetto a tutti. A un tratto nella moltitudine risuonò un grido generale: «Vogliamo e eleggiamo Domenico Silvo». Subito una folla di nobili portò innanzi il designato in un battello che mosse verso San Marco alla testa di una processione di barche, fra un grande schiumar di remi e grida di plauso popolare, mentre il clero cantava il Te Deum e le campane di piazza suonavano a stormo. Entrato umilmente in San Marco il doge neoeletto prese dall’altare il bastone simbolo del suo ufficio, e quindi si recò a Palazzo Ducale per ricevere il giuramento di obbedienza del popolo adunato. 

Insomma, è a partire da questo evento che alcuni studiosi giudicano l’alba del superamento dell’età comunale a Venezia. Si avvia il tempo della guida “illuminata” dell’oligarchia patrizia. Non si deve tuttavia credere che tutto filasse liscio per il potere veneziano; ne è prova l’ampio sistema di check and balance (Maggior Consiglio, Consiglio ducale, dei Dieci, dei Pregadi, la Quarantia, e altri istituti di controllo) che con il tempo venne a costituirsi, e se a partire dal 1268 fu istituito un sistema elettorale a sorteggio estremamente complesso, in vigore senza sostanziali modifiche fino alla caduta della Repubblica nel 1797, esso aveva l’obiettivo di garantire la trasparenza, e non era dovuto a particolari doti etico-morali dei veneziani, quanto alla loro necessità di limitare al massimo la demagogia (assolutamente vietati i partiti) e i brogli. Infatti, la storia ci dice che il Brolo (orto) in veneziano (poi Broglio), divenne meta dei nobili squattrinati che qui venivano a vendere i propri voti per l’elezione del Maggior Consiglio. Insomma, si trattava di un vero e proprio Broglio elettorale. 

Vorremmo anche ricordare allo scettico che il suo assunto secondo il quale i giudizi morali non hanno alcuna influenza sulle azioni reali degli individui e delle nazioni è estremamente discutibile alla luce di un fatto molto semplice: anche i più efferati autori di ingiustizie, e specialmente quegli individui senza scrupoli che più di altri si sono rivelati abili manipolatori di volontà, hanno invariabilmente riconosciuto l’importanza di dotare di giustificazioni morali le proprie azioni. Da Giulio Cesare, che tentò di giustificare l’invasione della Gallia come una misura puramente difensiva, ad Adolf Hitler, che definì la conquista come la prerogativa della razza superiore. I tiranni, così come i difensori della libertà, si sono sempre sforzati di motivare le proprie politiche dal punto di vista morale. 

Poiché oggi molti convengono sul fatto che i governi italiani si rivelano costituzionalmente incapaci di produrre un progetto costruttivo serio e duraturo, a prescindere dalla materia trattata, preoccupati come sono di varare provvedimenti tali da scontentare tutti il meno possibile prima di arrivare a giovare veramente a qualcuno, si tratta di far partire dal basso quel programma che in alto sono incapaci di formulare. Cosa che i sedicenti indipendentisti (quelli veneti in particolare) non hanno ancora provato ad approcciare seriamente. 

Nelle terre venete c’è un indipendentismo di tipo carsico. Pochi – a fronte di un bacino consensuale rilevante – sono gli esponenti politici che si manifestano pubblicamente per l’autodeterminazione, e quei pochi si sono spesi sinora nella ricerca di “visibilità”, e di consenso elettorale per stravaccarsi nelle istituzioni italiane. Ma questo, al di là di rendite politiche a beneficio personale, non ha generato alcuna proposta d’innovazione istituzionale con la quale trascinare quel consenso popolare che è indispensabile alla riuscita del loro dichiarato obiettivo. 

Eppure gli uomini sono liberi quando lo Stato, ovvero il potere del suo governo non è onnipotente, e lo Stato deve avere un potere limitato dalla sfera di libertà individuali o dal potere dei suoi membri perché il suo governo non prenda come modello quella democrazia rappresentativa che allo stato attuale non è riuscita a soddisfare l’anelito di libertà dei cittadini. Alla libertà dell’individuo, che è libertà per eccellenza, i popoli che vogliono il superamento dell’attuale status quo, devono essere attirati da un innovativo disegno istituzionale. 

L’attuale onnipotenza della partitocrazia che ha occupato lo Stato è la negazione della libertà individuale. È per questo che ben si capisce l’irriformabile Costituzione italiana. Si considerino le tre “Bicamerali”: la Prima (1983-’85), la Seconda (1992-’94), la Terza (1997-’98). Costituzione peraltro mai approvata tramite apposito referendum dal cosiddetto “popolo sovrano” a differenza di moltissimi altri paesi (si veda qui), ed in particolare del suo articolo 5: «La Repubblica, una e indivisibile…» per cui ci sfugge il valore morale di un Parlamento sordo alle istanze (anche solo di autonomia) di rivelanti porzioni del territorio dello Stato italiano, e di alcune sue popolazioni autoctone non solo venete. 

Enzo Trentin 

vicenzareport.it

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