M5S oggi, una promessa non mantenuta

Vicenza – Un partito verticistico, con uno statuto che afferma il principio del capo (Capo politico), e nega le strutture di base (attivi, cellule e sezioni). Il Garante non è stato votato, il Collegio dei probi viri è una struttura designata dai vertici. Lo strumento di democrazia è proprietà privata, le candidature alle primarie sono soggette a filtri imperscrutabili e delatori. Il sistema è perforabile, insicuro, e interpella solo per voto confermativo. Tutto fa pensare alla difesa di un progetto ossessionato dalla sfiducia nel popolo e nella democrazia. L’assemblea è composta da individui isolati e da cordate autopromozionali di conniventi che si contendono le nomine con il “vinca il più simpatico”. L’asprezza della lotta politica interna e fratricida è mille volte più intensa di quella esterna e contro gli altri partiti. Non c’è un laboratorio di idee, si pretende invece che i suggerimenti popolari e i progetti di legge spontanei bastino a formare da soli l’orizzonte politico. Di certo si suppone che le idee precedano la filiazione al partito. I malumori per i cambi di marcia del vertice sgraditi alla base si possono esprimere solo sui social. La posizione pragmatica post ideologica e bipartisan porta a una condizione intellettuale che rinuncia a decifrare e risolvere la contraddizione sociale.

Questi i mali che a mio parere affliggono il Movimento. E andiamo a discuterli sommariamente. Per molto tempo, forse sparlando, ho sostenuto che il M5S rappresentasse una catarsi per lo spirito italico, un rinnovamento periodico del sentimento civile come nei tempi migliori della nostra civiltà. Ho sostenuto che il progetto del Movimento era un progetto di democrazia compiuta, una rivoluzione dei rapporti politici, una risistemazione delle dimensioni pubblica e privata. Ma forse l’avevo caricato di troppe valenze, di troppe missioni, come di certo ha fatto in buonafede la maggior parte di noi. Evitando una precisa linea ideologica, e affidandosi alla pratica concreta di un innato senso di giustizia, il Movimento è stato una rete a maglie non selettive che ha permesso di includere numerose, e spesso incompatibili, speranze e ambizioni politiche. Ma quando le tante contraddizioni interne sono state risolte a colpi di autorità ed espulsioni, non si è reso un buon servizio alla sovranità popolare: si è interrotto nel Movimento il progresso della sua missione principale: la restituzione del potere decisionale al popolo, la riqualificazione dell’organo maggiore della democrazia.

Lo Statuto di un partito è il risultato delle sue idee, ma soprattutto della contingenza dei problemi politici. Fino a che si è parlato di non-Statuto, si sarebbe potuta tollerare qualsiasi regola, poiché era di certo transitoria, quasi un dileggio di quelle spente e trasgredite di alcuni partiti sedicenti democratici. Ma quando si è preteso comporne uno, l’Assemblea degli iscritti ha funzionato da cane di pezza asservito al progetto della propria emarginazione. E chissà! Forse a ragion veduta. Poiché le tante e discordi anime imbarcate nel mare magnum dei consensi a 5 stelle avrebbero di certo fatto naufragare la giovane esperienza del Movimento. Una per tutte, la legge elettorale frutto della votazione on line (il democratellum), si è trascinata appresso la convinzione che il proporzionale a tutti costi fosse la radice della democrazia. Una convinzione che abbiamo pagato cara ancor prima dell’approvazione della legge Rosato. E da allora, o forse anche prima d’allora, lo Statuto che è stato elaborato tratteggia tutta la sfiducia nella democrazia e nell’assemblea “sovrana” degli iscritti. Da allora la rete dei quesiti messi a votazione è stata preceduta da campagne di informazione che hanno vincolato al parere dei vertici, con documenti e video che hanno dimostrato il giusto e l’ingiusto, di modo che il voto esprimesse solo il grado di fedeltà dell’Assemblea ai portavoce.

Lo scollamento base–vertice, che si vorrebbe saldare con il laboratorio democratico Rousseau, lascia il territorio in balìa di comitati elettorali, di cordate autopromozionali costantemente in guerra tra loro. I problemi della collettività e della regione si esauriscono come pretesto efficiente per selezionare la classe dirigente; l’ostentazione di onestà diviene un esercizio distintivo della lotta politica che reca in sé tutti i connotati del suo opposto. Pur mancando di una precisa linea ideologica, e benché ci si affidi alle sensibilità e alla spontaneità, non c’è agone politico in cui venga evocata la linea dell’ortodossia più del Movimento: “Non sei d’accordo con queste regole? Allora devi allontanarti.” Un esercizio “ad excludendum” puerile e spesso disonesto, che ha tenuto lontane troppe buone energie dall’attivismo a 5 stelle. E la dimostrazione che le denunce di eresie e la titolarità dell’ortodossia era lotta fratricida, sta nella continua epurazione dell’attivista avversario. Quando poi, gli stessi feroci inquisitori sono stati capaci di costituire un altro partito all’indomani delle mancate certificazioni e dopo le sonore bocciature del vertice.

E allora eccoci: non riesco a capire come l’Assemblea del Movimento possa sopportare oltre l’imperscrutabilità delle decisioni del cosiddetto Staff. Se le candidature devono essere sottoposte al vaglio di un ufficio elettorale, allora bisogna conoscere i criteri decisionali. Bisogna che ogni scelta sia accompagnata da un documento esplicito, altrimenti dovremo pensare che essi, non si sa chi, siano incapaci di comporlo, o peggio, che vogliano con questo dimostrare la proprietà privata del M5S, un’eventualità che io non sopporterei e con me molti altri non appena diradato l’equivoco. A volte sembra che non Rousseau, ma un’oscura trama di contatti e di delazioni, estranei alla cultura della democrazia, della pubblicità e degli streaming, sia il vero collante del Movimento, la linea che innerva ogni decisione, dalla politica internazionale alla candidatura di un consigliere comunale.

Io credo nella proprietà pubblica dello strumento di emancipazione popolare dalla tirannia delle minoranze dominanti. E perciò nella proprietà pubblica di Rousseau e del Partito. Credo in un’organizzazione di intonazione gramsciana che possa prendere ciò che offre di meglio la tecnologia e la rete, cioè la discussione in tempo reale dei problemi e delle idee, ma con la coscienza che la democrazia on line è solo capace di contare le idee, non di farle nascere. Così com’è incapace di testare l’aderenza dei rappresentanti politici agli interessi generali, e com’è incapace di collaudare le loro virtù morali. Auspico la creazione di laboratori politici territoriali che siano formativi e non mere passerelle preelettorali, dove possa aver fine la dittatura del “portavoce”, secondo l’idea democratica del “mandato politico” invece che della “delega” populistica o demagocica. Mi aspetto di poter prevedere le scelte politiche dei miei rappresentanti, e mi aspetto che smettano di trincerarsi dietro le tante “sensibilità” del Movimento. Mi aspetto cioè che il partito che nascerà sia il luogo dove venga decifrata la contraddizione sociale e dove vengano disposte le strategie per combatterla e risolverla. Continuare nel mantra della prassi post-ideologica che permette tutto e il contrario di tutto è una scusa non più sostenibile. Auguro infine, che questo incontro sia a tutti gli effetti costituente di un nuovo ordine e non ricostituente di quello vecchio.

Giuseppe Di Maio

vicenzareport.it

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