I patrizi veneti non sono scomparsi

«Pastori sardi, la crisi si risolve se dalle urne rispedite con un calcio in continente lo statalista illiberale Matteo Salvini e le sue proposte di intervento pubblico sul pecorino. Non ci credete? La crisi di sovrapproduzione del pecorino è già in fase di risoluzione. La politica se ne stia alla larga!

A causa dei bassi prezzi del latte conseguenti al calo dei prezzi del prodotto trasformato, infatti, la produzione di latte di pecora è già in sensibile calo, premessa indispensabile per una ripresa delle quotazioni. Nel mese di gennaio 2019 le raccolte sono calate di oltre il 20%. Se questa tendenza dovesse proseguire nel corso dell’anno si realizzerebbe lo smaltimento delle scorte e una successiva ripresa delle quotazioni, secondo la ciclicità naturale. Il rischio per questa prospettiva, ed il pericolo per gli interessi dei pastori, sta nell’interferenza della politica, sta nella proposta avanzata da Matteo Salvini e altri, di intervenire con denaro pubblico per ritirare dal mercato uno stock di 44 milioni di euro di pecorino.

Questa manovra, che ricopia pedissequamente quelle che abbiamo visto realizzare dalla famigerata (per Salvini e pure per noi) Commissione Europea per decenni, sortirebbe il risultato di spingere la produzione di latte, mantenere elevata la produzione di pecorino, e deprimere i prezzi del latte di pecora tanto a lungo quanto resteranno pieni i magazzini finanziati dall’operazione salviniana. Dunque, nessuna congiura delle multinazionali o speculazione degli industriali, anche perché oltre la metà del latte di pecora è trasformato da cooperative, i cui prezzi pagati sono specchio fedele del mercato, e nel 2018 le cooperative hanno pagato il latte meno degli industriali. Quando non lo permettono, è la stessa contrazione della disponibilità di alimento a far calare la produzione. E non di poco. Si pensi che i volumi produttivi di latte di pecora sono i seguenti: 2013, 240.000 q.li; 2014, 241.000 q.li; 2015, 301.000 q.li; 2016, 356.000 q.li; 2018, 341.000 q.li. Tra il 2017 ed il 2018 la produzione di latte sardo è cresciuta del 22,5%! Come poteva non calare il prezzo del pecorino?»

Questa la parte significativa di un intervento dell’avvocato Roberto Brazzale che, congiuntamente ai suoi famigliari, è un industriale vicentino del settore lattiero-caseario con impianti di produzione in Italia, Brasile e nella Repubblica Ceca. Non bastasse ha lo studio professionale a Thiene ed è un importante influencer; considerato, per esempio, che ha contribuito a implementare e modernizzare l’Osservatorio sul mercato dei prodotti lattiero-caseari (vedi qui) costituito dalla Camera di Commercio di Vicenza presso la Sala contrattazione di Thiene, che è la Borsa Valori dove sono fissati di prezzi indicativi di tali prodotti per tutto il territorio nazionale.

Non va poi sottovalutato che oggi il pecorino romano (peraltro prodotto con latte sardo) è un prodotto “di moda” (noi stessi mangiamo formaggi diversi da quelli che mangiavano i nostri antenati cento anni fa), e come tale potrebbe essere soppiantato, per esempio, dal “Bulgur”, una granaglia turca, e di conseguenza potrebbero esserci dei contadini turchi che girano in Mercedes poiché convinti di produrre il nettare degli dei, per via dell’evidente superiorità del cibo turco. Non per nulla se ne cibano i turchi. Il pecorino romano, dunque, lo troverete ancora sui banchi dei supermercati, e potrà trovarsi in compagnia di 40-50 altri formaggi duri di capra, algerini, tunisini, spagnoli, portoghesi, marocchini, greci, bulgari e/o balcani di vario tipo. A quanto pare le capre non sono così rare nell’universo. Dunque, come ogni moda è soggetta al cambiamento.

Ma torniamo a Roberto Brazzale. Ha una dimensione commerciale estesa agli Usa e in Cina (Bejing e Shangai), dove intrattiene normali rapporti ad alto livello con i politici autoctoni. Ma similmente ai Nobil Homeni della Repubblica di Venezia, conserva forti sentimenti e legami con la sua terra d’origine: la Reggenza dei Sette Comuni di Asiago, sorta nel 1310, e dove i suoi antenati hanno sempre fatto parte dell’Intelligencija e dei notabili di quell’area autonoma sin dal 1784; ma se non si è ricercatori troppo pignoli si può agilmente risalire al secolo precedente.   

Brazzale è convinto che prima o poi il sistema occidentale cambierà radicalmente. Comprensibile, dunque, vederlo al tavolo di relatori in occasione di conferenze o incontri degli indipendentisti veneti, dove con la sua cultura e il suo internazionalismo giganteggia sui politici indigeni. Sin da ragazzo, infatti, è abituato a girovagare per l’Europa, dove la madre – apprezzata concertista – se lo portava appresso in occasione di esibizioni musicali. E non a caso è anche lui un pianista.

Ma ciò su cui attira l’attenzione dei suoi interlocutori è la vasta cultura storica ed economica. Offre i suoi giudizi in maniera pacata e simpatica. Lontano dalla spocchia di chi crede di sapere e ha risposte per ogni quesito, Roberto Brazzale rende conto a molti interrogativi. Fuori dall’Euro, per esempio, che ha messo in crisi perfino i vantaggi competitivi della Germania, e che trova conferma nelle conversazioni ad alto livello con i governanti cechi che osservano come l’Italia sia incappata i grossi guai dai quali loro sono rimasti immuni con una moneta nazionale.

E anche come questa Unione Europea debba essere organizzata diversamente. Ammira e caldeggia le “piccole patrie”. Auspica l’indipendenza del Veneto, considerato che sono molti i paesi, anche europei, che contano tra i 5 e i 10 milioni di abitanti. E in questo – pur senza citarne l’opera – condivide il pensiero di Leopold Kohr, noto per la sua opposizione al “culto della grandezza” nel campo dell’organizzazione sociale, e che fu tra gli ispiratori del movimento del piccolo è bello.

Si rammarica che l’unità d’Italia non si sia realizzata secondo il progetto federalista di Carlo Cattaneo. Capisce che l’indipendenza del Veneto potrà concretizzarsi per effetti esterni, e comprende l’utilità di un progetto istituzionale condiviso e già pronto per l’immediato passaggio dei poteri, ma quando gli si accenna la funzione deterrente della democrazia diretta ha qualche esitazione. Alla sua mente si affaccia il libro del libertario Hans Herman Hoppe: “Democrazia: il dio che ha fallito”, e sul momento trascura l’esperienza del Liechtenstein.

Libertario non per ideologia, ma per constatazione, apprezza e mette in opera la filosofia della Scuola austriaca. Cita volentieri Carl Menger, Friedrich Hayek, Ludwig von Mises, Murray Newton Rothbard e critica John Maynard Keynes e Jeremy Bentham. Subito dopo il crollo dell’Urss, visita i paesi satelliti e ne constata il decadimento economico prodotto dall’ideologia comunista. Vuole fare impresa anche lì, e trova la sua terra promessa in Moravia. Non è un radical chic ecologista, ma è convinto che il benessere degli animali aumenta la qualità della carne e del loro latte, e favorisce la riforestazione con tutti i vantaggi connessi. Al reporter che lo va a trovare offre il cadeau d’una dozzina di prodotti lettiero-caseari della sua multinazionale, e non occorre essere un giornalista enogastronomico per constatarne l’alta qualità.

Quando si accenna alla scarsa qualità del personale politico sedicente indipendentista Veneto, glissa con la constatazione che i politicanti sono uguali dappertutto. Tuttavia cita vari nomi di suoi omologhi imprenditori veneti (Nobil Homeni per dirla alla veneziana) che potrebbero ben figurare nel governo conseguente all’autodeterminazione. E i pochi nomi che fa convincono il suo interlocutore. Tuttavia a Roberto Brazzale sembra mancare quello strumento che è tipico dei militari di alto rango. Costoro, quando vestono la divisa sono molto attenti a stringere la mano a chiunque, e quando necessario riescono elegantemente a destreggiarsi dietro un rispettoso saluto militare.

Marc Gafarot

Ecco perché sorprende vederlo al tavolo dei relatori in occasione della fondazione di «Asenblèa Veneta» che si dice organizzata, ispirata, e omologa all’Assemblea Nazionale Catalana (Anc), e che non vuole essere un soggetto elettorale. A questa riunione uno degli oratori ospiti è Marc Gafarot, esperto di relazioni internazionali, e rappresentante dell’Anc. Nessuno rileva come costui sia sodale di Anna Arquè, che per i media spagnoli è il “volto nuovo” dell’indipendentismo catalano, ma chi volesse approfondire veda quiqui e qui.

Anna Arqué

Questo “nuovo volto” è ben conosciuta dall’anglo-veneto Giovanni Dalla Valle. Uno psichiatra in pensione, scrittore, intellettuale, ora specializzato in politica globale che molto si è speso per la causa dell’indipendenza del Veneto, e che ha dovuto subire le bizze da prima donna di questa politica non molto apprezzata in Catalogna e in Spagna (qui una testimonianza di Giovani Dalla Valle). Per comprendere quanto questi personaggi siano disinvolti, disinibiti e duttili, è necessario constatare come vivano di rendite politiche, e assomiglino incredibilmente ai loro colleghi veneti qui e qui descritti.

A smentire le intenzioni di «Asenblèa Veneta» laddove afferma che non sarà mai un soggetto elettorale ad imitazione dell’Anc, c’è la constatazione che l’Assemblea Nazionale Catalana sta partecipando alle elezioni in ben 37 comuni catalani, e che si appresta a diventare una galassia di partitini ad personam, sul tipo già visto in Veneto. Il quotidiano La Vanguardia (25/02/2019) dà conto di circa ventimila persone che hanno votato nelle scuole elementari per formare liste unitarie indipendenti per le elezioni municipali che si sono tenute finora in 37 comuni catalani. E a dimostrazione del fatto che Anc (similmente a «Asenblèa Veneta») è un soggetto promotore di un vecchio modo di far politica, c’è quanto è spiegato in conferenza stampa addirittura dal presidente della Assemblea Nazionale Catalana Elisenda Paluzie. Qui il video ufficiale del lancio primarie catalane con Elisenda Paluzie di Anc, Anna Arqué di Icec paesi catalani.

Ma si sa, nessuno è perfetto. Semmai spiace che a incorrere nello stesso abbaglio di Roberto Brazzale ci siano anche alcuni stimati cattedratici che con la loro presenza e collaborazione sviano l’attenzione di tutti quei veneti (e sono molti) che aspirano al superamento della mala gestio italiana attraverso l’autodeterminazione per migliorare la qualità delle istituzioni e la vita dei cittadini che in esse si riconoscono. È necessario prendere atto che c’è un indipendentismo veneto cieco, con una classe dirigente inadeguata e incapace di comprendere come l’unico investimento possibile sia un solido patrimonio etico-morale.

Quanto alla nostra opera d’informazione, ci sia consentito di prendere a prestito le parole di Indro Montanelli, che alla proposta di nomina a senatore a vita offertagli nel 1991 da Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, declinò la proposta, a garanzia della sua completa indipendenza. Dichiarando a Il Messaggero, del 10 agosto 2001: «Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza».

Enzo Trentin

vicenzareport.it

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